Dom. Dic 15th, 2019

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Promemoria: monologo per persona sola

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Come un puzzle fatto di pezzi di un caleidoscopio, continuamente cangianti per colori e forme, i frammenti di una vita si alternano sul palcoscenico inafferrabili. E il bambino che cerca di comporre il puzzle si trova dentro al caleidoscopio.

In ogni puzzle che si rispetti i pezzi si incastrano gli uni con gli altri. Ogni vita che si rispetti è composta di frammenti che troveranno una cornice. Ogni pezzo di storia che si rispetti è il composto di una memoria collettiva formata da tanti individui. Man mano che si aggiungono pezzi al puzzle prendono forma figure, personaggi, ambientazioni, storie, scenari.

La memoria di una persona, come quella di un popolo, non è che l’assemblaggio di questi componenti a cui è possibile dare un senso frammentario in maniera progressiva e un senso globale solo al termine della composizione… Di solito così accade quando ti allontani un momento e osservi il puzzle composto con tanta passione.

Ma che succede se questi pezzi mutano incessantemente per forma e colore e si rendono inafferrabili al povero criceto che corre sulla ruota del caleidoscopio? Solo ai più fortunati non è mai accaduto, nella vita, di perdersi nel più profondo disorientamento, nella più profonda impotenza di comprendere quello che sta accadendo nella propria vita. Come un sogno sconnesso di cui non capiamo la logica ma che ci fa risvegliare sconvolti. Perdere la capacità di assemblare i pezzi è la distruzione di una identità. La sperimentazione dell’annullamento e la sensazione di impotenza sono le uniche mani in grado di denudarci davvero di quella seconda pelle che è la nostra identità. E allora si sperimentano anche la vergogna, la mortificazione di ‘non essere in grado di’, il “non essere più”. Un popolo senza memoria è un popolo senza un’identità. Una persona senza memoria, o con l’incapacità di afferrare il senso degli eventi, è una persona che ha perso se stessa.

È quanto accade sul palcoscenico di PROMEMORIA. Monologo per persona sola scritto ed interpretato da Gloria Gulino con l’aiuto alla regia di Silvia Lamboglia. Una signora affetta dalla sindrome di Alzheimer si trova sballottata in un turbinio di presente passato e immaginario dove il tempo è lacerato da buchi neri, dove folletti spostano gli oggetti, dove reminescenze si fanno realtà. Un luogo nel quale la più umana delle fragilità si manifesta come umile impotenza e bisogno di amore. Un luogo in cui la carezza di un affetto viene inghiottita da un buco nero, in cui una torta preparata con dedizione viene smangiucchiata da un folletto, dove l’emigrazione dalla Libia di un tempo lontano, si manifesta in tutto il suo essere una demarcazione tra una vita perduta e un mondo inesplorato.

 

Non avete capito nulla?  È esattamente quello che succede alla protagonista dello spettacolo. Lo spettatore riunisce solo alla fine tutti i pezzi del puzzle e comprende di avere vissuto, in ordine sparso e senza logica, tutte le emozioni confuse di una donna affetta da Alzheimer che da giovane è emigrata dalla Libia di Gheddafi. E che, ora, non riesce nemmeno a ricordare i momenti trascorsi insieme ai propri cari, tanto che è costretta a ricorrere all’utilizzo di un registratore vocale per tenere memoria degli istanti precedenti. Sola e disorientata, in una cucina, rincorre ogni frammento caleidoscopico senza riuscire ad afferrarne con mano nemmeno uno.

Una ruota di colori appassionante e struggente che incolla il sorriso sul volto dello spettatore, grazie alla leggerezza e all’ironia che sono alla base della scelta registica. Ma quando scende il buio in sala, al termine dello spettacolo, sono le lacrime a solcare quelle rughe di espressione.

Quello che il teatro dovrebbe fare è fornire alla società spunti di riflessione, far uscire lo spettatore dalla sala arricchito emozionalmente, intellettualmente ed umanamente.

 

La storia della Libia di Gheddafi, la difficile condizione dei malati di Alzheimer, lo sforzo inferenziale a cui lo spettatore è costretto per assemblare i pezzi, l’empatia a cui lo spettacolo lo costringe, sono senz’altro frecce che hanno centrato il bersaglio.

Provate a pensare a cosa accadrebbe se un intero popolo fosse malato di Alzheimer. Non è forse stato così in alcuni momenti di un passato non certo lontano. Le negazioni di avvenimenti storici, il negare la memoria, sono un morbo che ha affetto anche nella disgregata e disorientata società in cui viviamo oggi.

Conoscere, empatizzare, esserci.

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