Mer. Set 18th, 2019

Laura Rampini, prima paracadutista disabile: «Un’eroina? No, ho semplicemente realizzato un sogno!»

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Laura Rampini, la prima paracadutista disabile

intervista di Nadia Ruggiero

Incontro Laura Rampini all’Istituto di Montecatone, centro di riabilitazione della provincia di Imola, situato a pochi chilometri di distanza dalla Via Emilia, risalendo la collina. L’Ospedale di Montecatone è una struttura all’avanguardia per la cura delle persone con lesioni midollari, un microcosmo perfettamente autonomo, i cui corridoi sono popolati da individui in carrozzina e altri che, a pancia in giù, si spingono su lettini dotati di ruote. Oltre che da una folta schiera di parenti, fisioterapisti, infermieri, medici e personale di servizio. Brutalmente, Montecatone rappresenta uno di quei posti nei quali non vorresti mai mettere piede, perché se ci arrivi è capitato a te, a un tuo parente o a un amico qualcosa che con ogni probabilità è destinato a cambiare la vostra vita per sempre.

Laura ha quarantatré anni ed è in carrozzina da quando ne aveva ventidue. È arrivata fino al bar della struttura, dove abbiamo appuntamento, in completa autonomia, a bordo della sua auto con i comandi al volante. Nei giorni precedenti ci eravamo sentite più volte, perché un problema renale, conseguenza del trauma subito in passato, l’aveva costretta ad un ricovero in ospedale, facendo slittare i primi appuntamenti. Ha qualche minuto di ritardo e se ne scusa. Penso tra me e me che le scuse non siano necessarie, ma non dico niente. Quindi la saluto e le chiedo di raccontarmi la sua storia.

 

Qual era la tua vita prima dell’incidente?  «Avevo una vita normalissima. Ho avuto un’infanzia tranquilla, serena, sono cresciuta nel rispetto di tutti quei valori che una famiglia contadina può trasmettere. Sono originaria di Sigillo, provincia di Perugia, un piccolo paese alle pendici del monte Cucco. Fin da piccola ballavo: balli standard, latino-americano e nell’adolescenza rock acrobatico. Trascorrevo le giornate ad allenarmi, avevo un compagno con cui facevo spettacoli, andavo in mountain-bike, facevo aerobica tutti i giorni. Nel ’91 mi sono diplomata all’ITC Matteo Gattapone di Gubbio. Ero fidanzata da quando avevo sedici anni e, giovanissima, a diciannove mi sono sposata. Non avevo ancora compiuto ventuno anni quando sono diventata mamma di Luca, il mio primo figlio, che adesso ha quasi ventitré anni».

Laura Rampini a Montecatone
Laura Rampini a Montecatone

Quando sono cambiate le cose e come è successo? «Dopo quattordici mesi dalla nascita di Luca ho avuto un incidente d’auto, uno scontro frontale. Avevo ventidue anni. Sono andata in coma subito e ci sono rimasta per sette giorni. Quando mi sono risvegliata, dal collo in giù non muovevo niente e non parlavo, perché avevo avuto una lesione al bi-occipitale destro. È stato un anno di ricovero, tanta fisioterapia, logopedia. Ho recuperato le braccia, la parola, ma non l’uso delle gambe. La vita cambia, cambia tantissimo. È inutile raccontare il dolore, la sofferenza, la rabbia, perché inizialmente c’è un po’ di tutto. Vorresti dare una risposta a qualcosa che risposta non ha. La domanda che ti poni è Perché? Perché a me, perché così giovane, perché se ho un figlio, mi sono appena sposata… Ci sono mille perché, ma non c’è una risposta. Quando subisci un trauma del genere, ti sembra che la tua vita sia finita. Inizialmente ti si spegne la luce nel futuro: il presente sembra impossibile da vivere. Sei ancorata ai ricordi del passato, che ti creano dolore, perché non potrai mai più tornare com’eri, fare quello che facevi. Il tuo corpo non ti appartiene più. Dopo l’incidente ho intrapreso un mio percorso personale. Chi ti sta intorno ti può sostenere, ma la forza la devi trovare tu. Un paio di anni sono indispensabili per elaborare il trauma. Tre anni dopo ho deciso di avere un altro figlio, ma i medici mi hanno detto che non potevo. In seguito mi hanno detto che si poteva cominciare a pensare ad una gravidanza e mi hanno suggerito di fare degli esami. Ma io non li ho mai fatti, perché dopo un mese ero già incinta. Ho avuto una gravidanza un po’ più difficile dell’altra, ho portato il respiratore per diversi mesi, ho dovuto partorire prima, sono stata in rianimazione per recuperare la respirazione autonoma, però è stata una gravidanza bellissima. Non m’importavano gli ostacoli che dovevo affrontare, perché quello che la vita mi stava dando era indescrivibile e non c’era sofferenza o sacrificio che tenessero. Dentro di me stava crescendo una vita, la vita di mio figlio. Così è nato Nico. Inizialmente ci sono stati molti pregiudizi al mio paese. Tutti pensavano che io volessi dimostrare qualcosa, invece semplicemente, come tutte le donne, volevo dare un fratello a mio figlio, volevo diventare di nuovo mamma. Ho sempre sognato una famiglia numerosa. Verso una donna in carrozzina c’è un forte pregiudizio: sembra che debba diventare asessuata o un ramo secco, che la sua vita debba finire lì».

Prima paracadutista disabile: come è nata l’idea e come l’hai realizzata? «Era un sogno che avevo fin da bambina, quando mi lanciavo con l’ombrello dagli alberi. All’inizio mi hanno dato tutti della matta. Poi un paracadutista mi ha detto che la possibilità di volare per me era molto bassa, ma si poteva tentare. Io dovevo capire cosa fa un normodotato in aria e cosa non bisogna fare: lui doveva capire i miei limiti, conoscere il mio tipo di disabilità. Nel mondo del paracadutismo c’era chi era a favore e chi contrario. Accusavano il mio istruttore di illudere una povera disabile, di mettermi in pericolo e me di fare paracadutismo per dimostrare che ancora valevo qualcosa, mentre avrei avuto bisogno di aiuto psicologico. Non è così. Il paracadutismo è uno sport estremo, un piccolo errore può essere fatale. Si fa perché sei convinto e non per dimostrare qualcosa. Io ho cominciato con la consapevolezza che potevo non riuscire, visto che non c’era stato nessuno prima di me. È stato un percorso lungo, pieno di soddisfazioni e delusioni. Né il mio istruttore, né io avevamo fretta. Sono andata a prepararmi in Inghilterra, nel tunnel dell’aria, che è un simulatore di caduta libera: se non fossi riuscita a trovare stabilità in aria con il simulatore, mi sarei fermata lì. Il momento in cui stai in aria è molto pericoloso, come l’atterraggio: bisogna avere il cervello acceso, perché tutto avviene molto velocemente. Ad ogni piccolo gesto corrisponde una grande reazione e per risolvere un problema bisogna pensare molto velocemente, con una grande lucidità mentale. Ho ottenuto tutti i certificati necessari, facendo tutto in regola, e in un anno e mezzo ho effettuato il primo lancio».

Che effetto ti fa sapere che sei stata la prima? «Nessuno in particolare. Non lo vivo come un primato, è stato un caso. Se io sono diventata paracadutista è perché si può fare, tutti lo possono fare. Non sono un supereroe, non ho inventato niente di particolare. Mi sono solamente impegnata per una cosa che desideravo moltissimo. Sono nata e cresciuta in un paese che è la capitale mondiale del volo libero: fin da piccola ho visto deltaplani e parapendio, ma i miei genitori non mi hanno mai permesso di farlo. Mi sono sposata giovane, ho avuto l’incidente giovanissima, quindi il mio percorso di vita non mi ha permesso di farlo subito, ma il sogno è rimasto. Quando ho cominciato a lavorarci su non l’ho neanche pubblicizzato, proprio perché era una cosa mia. Mi avevano proposto di registrare delle puntate in tv sul mio percorso per diventare paracadutista, ma io ho rifiutato, perché mi sembrava di andare a snaturare il mio sogno e poi non volevo coinvolgere i miei figli, i miei genitori. Soltanto dopo ho cominciato a parlarne nelle unità spinali, che giro dal 2009 con il mio progetto “Liberamondo”, e da lì sono arrivati giornali e televisioni».

Laura Rampini non mette limiti alle sue passioni
Laura Rampini non mette limiti alle sue passioni

Qual è stata la reazione della tua famiglia e dei tuoi conoscenti? «L’idea di una donna che fa paracadutismo per i miei compaesani non era facilmente accettabile. Una donna in carrozzina vent’anni fa era vista come una donna da aiutare, da accudire. Ritenevano che mettessi in pericolo la mia vita, non pensassi ai miei figli, ai miei genitori, che fossi un’incosciente. Nella mia famiglia mia sorella sapeva tutto: ai miei dicevo le cose in parte, per non farli preoccupare. Quando poi sono diventata paracadutista, sono venuti anche loro. Mio padre mi ha accompagnata in aereo e ha assistito a un lancio».

Il primo libro di Laura Rampini: Nessuna barriera tra me e il cielo
Il primo libro di Laura Rampini: Nessuna barriera tra me e il cielo

Hai scritto il libro Nessuna barriera tra me e il cielo, edito da Mondadori, e sta per uscire Falling, un film documentario sulla tua vita. Di quali iniziative ti occupi attualmente? «Stiamo lavorando ad nuovo progetto. Il 18 maggio partirà un tour con la presenza di un camper attraverso le principali unità spinali italiane, isole comprese. Le raggiungeremo con i mezzi pubblici, treno, aereo, autobus, tram, invitando le persone che si vorranno unire a noi in quest’avventura, disabili e normodotati. Vogliamo sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’accessibilità ai servizi e motivare le persone disabili ad usufruirne, vedere se la viabilità urbana è a misura di disabile. Del resto, se lo si fa in compagnia, diventa meno difficile: a volte è più la paura a bloccarci. Il tour si articolerà in venti tappe e terminerà il 3 dicembre, giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità. Inoltre sono previsti tre importanti appuntamenti: un’udienza dal Papa, l’incontro con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e uno con Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico».

Qual è il tuo messaggio per le persone che vivono la tua stessa condizione? «Non dimenticarsi mai dei propri doveri. Noi abbiamo una carrozzina e si vede. Ma chi non ha una carrozzina nel cuore? Chi non ha una sofferenza, un dolore, dei pensieri? La vita è così per tutti. Una carrozzina, vera o virtuale, ce l’hanno tutti. Non bisogna commettere l’errore di pensare che tutto il mondo giri intorno a noi, perché siamo in carrozzina, quindi abbiamo il diritto di fare qualunque cosa. Noi abbiamo dei diritti, sì, ma anche dei doveri. Nel mio caso, io sono mamma, figlia, sorella. Tutte le persone hanno un valore, una dignità, e assolvere a dei doveri, seppure per noi diventa più difficile, è una cosa bellissima, ci rende esattamente quello che siamo».

Tutte le foto sono tratte dalla pagina Facebook Laura Rampini Realdream

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