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ESCLUSIVA TEMPI SUPPLEMENTARI: Rolando del Torchio «Crederci, crederci sempre. Crederci perché qualcosa di grande verrà»

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Rolando Del Torchio con Ugo Mencherini, Vittorio Longo Vaschetto e Ugo Bentivogli

Era stato rapito lo scorso ottobre nelle Filippine, a Dipolog City. Per sei mesi è stato nelle mani dei rapitori, uomini del gruppo di Abu Sayyaf, prima di essere liberato l’8 aprile. Un mese dopo Rolando Del Torchio, originario della Provincia di Varese ma tifosissimo rossoblù, è tornato a Bologna per seguire la gara con il Milan. Ospite della trasmissione Tempi Supplementari, in onda sul circuito Radio Nettuno-Radio International condotta da Ugo Mencherini e Vittorio Longo Vaschetto con la collaborazione di Ugo Bentivogli, ha raccontato quei mesi, la voglia di resistere che lo ha accompagnato durante il sequestro e ora la rinascita.

Rolando, dopo i sei mesi durissimi nelle mani dei rapitori nelle Filippine, in questo fine settimana hai vissuto emozioni di tutt’altro tenore: prima la visita a Casteldebole, poi la partita con il Milan. Che sensazioni sono state? «Ringrazio davvero tutti. Ero emozionato e sorpreso, ringrazio per la familiarità e la stupenda accoglienza che il Bologna mi ha dato».

Quali sono state le emozioni nel vedere la coreografia della Curva? «Ho vissuto un’emozione fortissima. Da mesi non vedevo più il Bologna e ammirare questo copricurva gigante e sentire tutto lo stadio applaudire, mi ha fatto venire la pelle d’oca. Non mi vergogno di dire che una lacrima mi è scappata: avevo i brividi».

Sei riuscito a stringere la mano a Saputo? «No, mi è passato vicino ma era molto impegnato poi è sceso velocemente a salutare la squadra».

Quali immagini ti resteranno dentro di questo ritorno a Bologna? «La prima è quella classica di San Luca che si vede dall’autostrada. La seconda è l’incontro con gli amici del Forum, legata alla visita a Casteldebole. La terza immagine è l’incontro con Adam Masina: qualcosa di molto privato e molto bello. Lui ed io sappiamo perché è bello. La quarta è la cena pazzesca con gli amici del Forum rossoblù. Devo ammettere che tutti mi hanno colpito, è una grandissima comunità, con grandissime umanità e semplicità. È un gruppo che ti fa stare bene, che ti accoglie, ti coccola e ti accompagna. È una comunità completa su cui puoi contare sempre, e questo mi ha fatto molto bene. Voglio ripartire da lì, dalle cose più belle del passato, tra le quali ci sono i rapporti con questi amici, con la città e con il Bologna. Vivere per loro e con loro come un punto di partenza da cui poi costruire tutto il resto. Per farlo, bisogna partire dai ricordi belli che si hanno dentro per ricollegare alcuni fili che mi sono stati strappati la sera del 7 ottobre».

E poi ci sono le immagini che riguardano più strettamente lo stadio… «La grande festa del Dall’Ara, il rigore negato, e in quell’occasione non ero particolarmente pacato».

Il tuo rapporto con i tifosi rossoblù è destinato a diventare ancora più stretto? «È nato da qualche mese il club Lombardia Rossoblù e conto di tesserarmi. Voglio essere un membro effettivo, molto probabilmente non tornerò nelle Filippine, ma resterò in Italia e cercherò di dare il mio apporto alla vita del club».

Come è nata la tua passione per i colori rossoblù, visto che non sei originario di Bologna? «Vengo da un paesino sul Lago Maggiore, Angera, e ricordo che, da bambino, c’erano moltissimi tifosi del Bologna: almeno una cinquantina in un paesino di 5mila abitanti. Mio padre era chiamato “Il Bologna” e giocava in una squadra locale. Per tutta la generazione degli anni Venti, Trenta, Quaranta e Cinquanta il Bologna era come le big. Quando sono in giro mi chiedono come faccio a tifare Bologna, visto che sono originario di Varese. È una domanda che fanno le generazioni più giovani, perché il Bologna è stato grande ed è grande perché è una colonna del calcio italiano e tornerà ad esserlo. Tantissimi stanno pensando come essere più vicini al Bologna, e lo vedo dai messaggi mi arrivano al telefono e sui social: seguono la squadra e ricevo congratulazioni quando vince. Per adesso il Bologna viene visto come la squadra più simpatica: vedremo se riusciremo a far fare un ulteriore salto».

Ti piace la nuova maglia, presentata sabato scorso? «La trovo bellissima, molto simile alla maglia del 1964, quella dell’ultimo scudetto. La presentazione è stata emozionante, intrisa di storia e di passione. Sabato ero in Tribuna, e quello che ho notato è che la Tribuna sembrava la Curva: erano tutti eccitati, in piedi ad applaudire. Era una bolgia, c’era gente che andava e veniva. Non era il settore compassato che ricordavo in passato. Quando avevo la possibilità di venire allo stadio, ho sempre notato questo contrasto tra Curva e Tribuna, e a volte anche i Distinti, che non seguivano la Curva. Col Milan tutti cantavano, applaudivano ed erano in piedi: era una voce sola ed è stato bellissimo. Gente che si abbracciava, salutava, applaudiva, cantava: bellissimo. Un clima di festa preparato benissimo, una liturgia della passione fantastica chiusa con Saputo che ha fatto il giro di campo, la squadra sotto la curva e i bambini in campo a giocare. Credo abbiamo scaldato il cuore a Saputo. Lui ha messo tanti soldi per fare business e far diventare grande il Bologna, ma sabato ha capito che l’ingrediente più importante per portare in alto il Bologna è il pubblico, con l’amore e l’affetto che la gente ha per la squadra. Se siamo riusciti a trasmetterlo a lui, siamo a cavallo: non ci prenderà più nessuno».

Lo stesso amore e la stessa passione che la gente di Bologna sta cercando di trasmettere a te, ed è uno scambio. «Sì, è uno scambio cercato. Il rapimento ha strappato la mia vita precedente, ma ha lasciato dentro di me delle isole nelle quali si può sognare, sperare, gioire. Isole intoccabili che sono solo tue, quelle alle quali quando ci pensi stai bene. Sono isole come la famiglia, la passione per il calcio e altre, che mi hanno aiutato a sopravvivere nei 180 giorni nella giungla con i tagliagole. Ho cercato di riannodare questo filo spezzato con Bologna conoscendo l’umanità della gente, la familiarità, l’ospitalità ed il calore, oltre alla grande passione. Sono ripartito in maniera positiva. Sabato ero sereno, il Bologna ci ha dato tante gioie anche se abbiamo vissuto 30 anni di magra. Le gioie sono dentro questa passione che amiamo, coltiviamo e stiamo già trasmettendo a quello che probabilmente è il più grande presidente della storia del Bologna. Questa passione e questa forza sono le cose che mi hanno fatto andare avanti, pensare in positivo. Ho voluto celebrare questo ritorno e questo ripartire da qui, da Bologna, con gli amici del Forum, con una cena vissuta nella fraternità e nella goliardia, poi allo stadio. È stata una festa incredibile, dentro di me, dentro il mio cuore e dentro la mia testa».

Qual è il messaggio che ti senti di mandare? «Crederci, crederci sempre. Via la frase “mai una gioia”, crederci perché qualcosa di grande verrà. Uso le parole di Adam Masina dette in un’intervista: vincere, perché io voglio vincere».

Vittorio Longo Vaschetto, Ugo Mencherini e Ugo Bentivogli per Tempi Supplementari (Radio Nettuno)

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