Gio. Ago 22nd, 2019

Amarcord Bologna: i ricordi di un grande rossoblù, Adelmo Paris (prima parte)

4 min read

Adelmo Paris con la maglia del Bologna (foto www.bolognafc.it)

Undici anni in maglia rossoblù non si dimenticano e rimangono incisi sulla pelle e nel cuore di chi li vive, come un marchio indelebile. Adelmo Paris, centrocampista piemontese di Aurano e uno dei principali protagonisti delle vicende del Bologna anni Settanta e Ottanta, ha voluto aprire le porte dei suoi ricordi in una piacevole chiacchierata. Bolognese d’adozione si racconta e svela, in esclusiva per Tempi Supplementari, curiosità e aneddoti: dalla vittoria in Coppa Italia del 1973-’74, al famoso rigore segnato alla Juventus. Sino alla sua vita di ragazzo che ha vissuto una città in anni non facili, dal punto di vista politico e sociale.

Come è iniziata la tua avventura a Bologna? «All’epoca non esistevano i procuratori, ma c’erano dei visionatori che giravano per le società e i campionati minori. Io giocavo nel Verbania in serie C e un signore di Milano che collaborava col Bologna mi seguì per qualche partita. Poi, ad aprile, presi parte al “Torneo dall’Ara” che si teneva allo stadio ed era una vetrina per i giovani sotto i 21 anni. Si giocava contro squadre sia emiliane, sia provenienti da altre regioni d’Italia e venni scelto. Infine, alla chiusura del campionato di serie C in giugno, passai finalmente al Bologna».

Gli anni passati a Bologna sono stati molti, come anche i compagni di squadra: c’è qualcuno con cui sei rimasto in contatto? «Certamente. Il primo che mi viene in mente è Franco Colomba, col quale ho giocato più anni e anche diviso spesso la camera in ritiro o prima delle partite. Poi c’è Franco Fabbri, un difensore ferrarese molto bravo sia in campo, sia fuori. Infine, Giuseppe Zinetti. Con lui ci siamo visti due anni fa sul lago Maggiore, era in ritiro col Torino, ed è stato un piacere ritrovarsi. Ho buonissimi ricordi di tutti».

Nessuno ti ha lasciato cattivi ricordi, insomma? «Quando si gioca a calcio si è molto giovani e come lavoro si fa lo sport più bello del mondo. La vita del calciatore è bellissima: anche allenarsi era un piacere per me, per cui mi sembrava impossibile trovarmi in disaccordo con qualcuno. I ricordi peggiori sono legati a qualche sconfitta e alla brutta retrocessione di Ascoli, non certo ai miei compagni di squadra. Del resto non eravamo mica in miniera».

Nei primi anni Ottanta hai giocato con due calciatori rimasti, ancora oggi, nei cuori dei tifosi con un misto di simpatia e rimpianto: il brasiliano Eneas e Roberto Mancini. «Eneas era un giocatore eccezionale. I primi procuratori esistevano solo per gli stranieri e, purtroppo, il suo lo condizionò molto facendolo andare via dopo un solo anno. La società decise allora di puntare su Neumann, che fece comunque bene, ma il brasiliano era da tenere: il secondo anno avrebbe fatto molto meglio del primo. Tecnicamente era forte, ma soprattutto sotto il profilo fisico era straordinario. Ricordo ancora in allenamento i suoi allunghi in velocità: ci batteva tutti. Poi era un ragazzo che lavorava molto e si impegnava tanto in allenamento, peccato».

E del baby-prodigio Mancini cosa racconti? «Era un predestinato, già calciatore e allenatore a soli 16 anni. Fin da subito le sue qualità si resero evidenti. Anche l’anno prima che esordisse in serie A, ovvero quello di Radice, veniva già con noi agli allenamenti e ad alcune amichevoli: si vedeva che era un fenomeno. Del resto quell’anno la squadra Allievi rossoblù era fortissima, c’erano giovani come Macina, Pagliuca, Marocchi, Luppi e Marconi, un ragazzo che a causa di un incidente in moto ebbe la carriera compromessa. Un settore giovanile di qualità e quantità con giocatori arrivati ad alti livelli, di cui Mancini era il fiore all’occhiello».

A proposito dell’anno di Radice e della partenza con -5 in classifica, come affrontaste quella stagione? Riusciste a compiere un capolavoro a fine stagione. «Eravamo talmente concentrati sull’handicap iniziale che riuscimmo tutti a dare più del 100%, soprattutto a livello mentale. Per fare capire l’ambiente che si era creato mi ricordo un piccolo particolare che successe a Napoli. La sera prima della partita, in hotel, organizzammo fuori dall’albergo una partitella tra di noi. Oggi non sarebbe possibile, una squadra di serie A che gioca a pallone fuori dall’albergo sarebbe aggredita dai tifosi, ma noi fummo un po’ incoscienti. Per fortuna nessuno si fece male, ma questo era per dire che l’ambiente era giusto e avevamo voglia di fare bene».

Quello fu anche l’anno del tuo famoso gol alla Juventus; ne ricordi piacevolmente anche un altro di quella stagione? «La domenica successiva vincemmo 2-0 negli ultimi 10 minuti contro la Pistoiese. Il primo gol lo segnò Bachlechner e il secondo io. Ricordo bene quella rete perché disputammo una gran partita, forse la migliore di quella stagione».

Hai condiviso la tua carriera in rossoblù con alcuni grandissimi campioni. Cosa puoi dirci di Giacomo Bulgarelli, Tazio Roversi e Beppe Savoldi? «Bulgarelli era un giocatore eccezionale a livello tecnico, tattico e anche fisico, nonostante fosse a fine carriera e con un ginocchio che gli dava fastidio. Anche umanamente riusciva sempre a creare l’ambiente giusto ed era simpatico anche con i giovani, che aiutava molto. Tazio era un compagnone: ricordo che faceva sempre molti scherzi e si intendeva benissimo con Bellugi, con cui barava a carte (ride, ndr). Infine, Savoldi. Era un compagno e un giocatore eccezionale che cercava sempre di migliorarsi: ad esempio, finito l’allenamento rimaneva al campo a calciare per migliorare il tiro…».

Nella stagione 1973-1974 avete vinto anche l’ultima Coppa Italia nella storia del club. «Mi ricordo bene soprattutto la sera, dopo il ritorno in treno. Noi giovani andammo a mangiare fuori: eravamo io, Mei, Pecci e pochi altri. Festeggiammo facendo un po’ gli stupidi, ma l’età ce lo permetteva».

(fine prima parte, segue)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *