Lun. Ago 19th, 2019

Amarcord Bologna: i ricordi di un grande rossoblù, Adelmo Paris (seconda parte)

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La figurina Panini di Paris a Bologna nella stagione 1981-82.

(Seconda parte)

Adelmo Paris tra poco, esattamente il 26 novembre, compirà 62 anni di cui oltre due lustri passati a Bologna. Ecco la seconda partite dell’intervista esclusiva realizzata da Tempi Supplementari.

Facciamo un parallelo con il presente: c’è un giocatore nel Bologna attuale che ti somiglia? «Un mio amico diceva sempre che Brighi aveva uno stile di gioco analogo al mio».

Come valuti la squadra di quest’anno? «Non sono ancora stato andato allo stadio, ma ho visto quasi tutte le partite in tv. Il pareggio contro il Sassuolo mi ha lasciato con l’amaro in bocca, potevamo essere già 2-0 dopo venti minuti, ma se non si chiudono partite del genere poi se ne pagano le conseguenze».

Donadoni ti piace? «Sì, la squadra mantiene un ritmo eccezionale, questo vuol dire che è allenata bene. Tatticamente concede pochissimo e anche in difesa non lascia molti spazi. L’equilibrio complessivo è molto buono e si vede la mano dell’allenatore».

Anche a livello societario, l’avvento del patron Saputo ha finalmente regalato delle certezze. «Saputo sta facendo cose importantissime e, soprattutto, ha dato tranquillità a squadra e ambiente: lo si nota bene. Nel maggio scorso sono stato a Casteldebole e ho avuto modo di vedere i lavori che sta portando avanti: cose bellissime anche fuori dal campo».

Un altro mondo rispetto alla disastrosa gestione di Frabetti e Brizzi, col quale peraltro litigasti apertamente fino a lasciare la squadra. «Il passaggio da Frabetti a Brizzi non si è mai capito bene, non ci fu trasparenza su chi comandasse davvero. Inoltre con Brizzi fu un disastro a livello umano, il calcio non c’entrava nulla. Quell’anno io venivo da un infortunio gravissimo che mi condizionò la carriera: pensa che, ancora oggi, non riesco a piegare del tutto la gamba. Quando rientrai non ero più quello di prima e mi serviva tempo per recuperare. Nonostante la retrocessione in serie C, Brizzi voleva che giocassi e spinto anche da Cadè – mi aveva convinto che le cose si sarebbero sistemate – firmai il contratto. Ricordo che lo sottoscrissi verso le sei del pomeriggio a Udine, poco prima della partita in Coppa Italia contro l’Udinese: finì 1-1 e fu l’esordio di Zico nel calcio italiano. Il contratto era uno dei primi pluriennali; purtroppo però durante il campionato gli screzi continuarono e fui addirittura messo fuori rosa. Per queste ragioni a fine stagione decisi di andare a Malta, nello Zurrieq».

Un’esperienza senza dubbio particolare. «Il campionato era di livello molto più basso, analogo alla nostra serie C, ma nel complesso sono contentissimo di quell’esperienza, anche perché a livello fisico dopo l’infortunio non potevo dare di più. Ricordo che il primo anno ci salvammo all’ultima giornata, ma vincemmo poi la coppa nazionale che, come in Inghilterra, è più importante del campionato. Un mese fa sono tornato a Malta con tutti gli ex. Oggi la squadra è in serie D, ma all’epoca il presidente era uno dei ministri del governo e la società era importante. L’anno successivo arrivò anche De Ponti, che giocò tutto l’anno. Sarebbe venuto anche Livio Pin, ma avrebbe potuto giocare solo in Coppa perché in campionato le squadre potevano schierare 2 stranieri al massimo, per cui non se ne fece nulla. È un’esperienza che ricordo con molto piacere».

Nessun rimpianto nell’aver intrapreso quella strada? «Assolutamente no. L’unico vero rimpianto che ho è legato alla retrocessione in C con il Bologna».

Spiegaci meglio. «L’anno dell’infortunio fu duro e retrocedemmo in B. A fine stagione potevo andare a Verona, mi voleva Bagnoli, ma quell’estate sembrava dovesse tornare Radice e tutti noi della squadra decidemmo di restare a Bologna per lui. Purtroppo dopo la cessione di Mancini saltò tutto. Inizialmente, infatti, sembrava che Roberto dovesse andare alla Juve, che in cambio avrebbe dato giocatori importanti come Marchetti, Marocchino e Galderisi. A quelle condizioni ci sarebbero state le basi per fare subito bene, invece la società preferì prendere più soldi e cedere Mancini alla Sampdoria. Arrivarono giocatori bravi, ma non tali da fare il salto di qualità necessario per essere promossi: da lì in poi fu un disastro, anche perché fummo falcidiati dagli infortuni. Si fecero male Guidolin (proprio lui, il futuro allenatore, ndr), Sclosa, Turone, Linetti: fu un’ecatombe in una stagione maledetta. Credevamo di essere i più forti del campionato, ma la testa non girò e non trovammo le giuste motivazioni».

Tra i tuoi ricordi recenti a Bologna possiamo annoverare anche la partecipazione alla splendida serata del centenario. «Una serata bellissima, organizzata alla perfezione, che mi ha permesso di ritrovare tanti compagni che non vedevo da tempo. Ci siamo raccontati gli aneddoti di un tempo e abbiamo ricordato tanti momenti belli passati insieme. Poi lo stadio di Bologna crea sempre un atmosfera eccezionale. Quando giocavo ed entravo in campo l’uscita dalla scaletta dava una carica straordinaria».

Un decennio vissuto a Bologna certamente ha lasciato particolari sensazioni anche legate alla città. Che ricordo hai degli anni della contestazione, della bomba alla stazione, dell’atmosfera che si viveva? «Sono un bolognese d’adozione, per me è stato bellissimo vivere la città. Mi dispiace che i giovani di oggi non possano vedere la splendida Bologna che ho vissuto io negli anni Settanta e Ottanta: qualche mese fa sono tornato, purtroppo il centro non è più quello di una volta. Io però ho passato anni bellissimi: si stava veramente bene a livello sociale e umano, nonostante le contestazioni studentesche e la tensione che a volte si viveva. Senza dubbio il ricordo più forte è quello legato alla strage del 2 agosto 1980».

Vuoi raccontarcelo? «Quel giorno stavamo tornando in pullman dal ritiro ad Asiago e apprendemmo la notizia dalla radio. Quando arrivammo a Casteldebole accompagnai a casa Fiorini e a uno stop un signore in macchina non si fermò, prendendo in pieno la mia auto. Subito si scusò dicendoci che era sotto choc e sovrappensiero perché stava correndo alla stazione per andare a prendere un parente. Poi ci riconobbe e si preoccupò perché aveva paura ci fossimo fatti male. Fortunatamente non successe nulla di grave, ma il ricordo di quella giornata rimane molto forte per me».

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