Mer. Set 18th, 2019

Maratona, una sfida con se stessi: il racconto di chi c’è stato

6 min read

L'arrivo della Maratona di New York 2016.

Come in un sol colpo si frantumano le paure, si superano le difficoltà e si raggiunge un obiettivo che sembrava impossibile. Questa è la storia di Sara Morselli, classe 1983 e bolognese doc, che ha raccontato a Tempi Supplementari la sua esperienza umana e sportiva, senza essere una runner professionista, vissuta affrontando la regina delle maratone, quella di New York, corsa lo scorso novembre. Una vicenda esemplare per chi nasconde un sogno nel cassetto da realizzare. A noi è già venuta voglia di mettere gli scarpini e iniziare a correre. E a voi?

Qual è stato il tuo primo approccio con la corsa? «Partiamo da un presupposto: io non sono una sportiva, ma ho iniziato a camminare circa un’ora al giorno fino a quando, annoiata della solita routine, ho deciso di alzare il livello di allenamento. A metà febbraio 2015 ho iniziato ad alternare un minuto di corsa con uno di camminata. È stato il mio approccio alla corsa. In poco più di un mese mi sono ritrovata a correre un’ora al giorno sei giorni su sette. Che fosse mattina o sera, che ci fosse caldo o freddo ogni giorno ero ai giardini Margherita, spesso da sola, oppure, accompagnata da mio marito, dalla mamma o da un amica che tiravo giù dal letto molto presto al mattino!».

E quando hai deciso di correre la maratona? «Me lo ricordo ancora molto bene quel giorno. Era un sabato mattina e stavo correndo con la musica nelle orecchie. Devo dire che mi sentivo particolarmente in forma e mi sono detta “diamo un senso a queste uscite, parteciperò alla maratona di New York!” Con chiunque ne parlassi però mi sentivo dire che avrei avuto bisogno di molto più tempo per allenarmi , ma non capivano che la maratona di New York, in fondo, era solo l’ennesima sfida con me stessa. Ho dovuto difendere spesso questa tesi fin quando non ho prenotato, i giochi erano fatti, era una mia sfida, ho smesso di dirlo, ho smesso di giustificarmi e continuato solo a correre».

Durante la preparazione hai avuto momenti di difficoltà? «Ho corso sempre a modo mio senza alcun tipo di tecnica o supporto di professionisti, sono una testona. A metà luglio ho subito un infortunio al polpaccio, che non mi permetteva di correre per più di 30 secondi di seguito, dovendo così dedicare tutto agosto a riposo e terapia tre volte alla settimana, ma con scarsi risultati. Il mio ritorno alla corsa, ad inizio settembre, è stato affannato, doloroso e col morale a terra. Si era rotto qualcosa in me, più si avvicinava la data della partenza e sempre meno era la voglia di correre, ma ormai i giochi erano fatti e dovevo affrontare le difficoltà».

Il tuo arrivo a New York, le prime sensazioni. «Mio marito Simone ed io, siamo sbarcati il pomeriggio di venerdì 4 novembre. Già al controllo bagagli in aeroporto si sentiva nell’aria il profumo di maratona. In fila ai controlli erano molti quelli dotati di zaino marcato dall’ente sportivo, scarpe da running, divise di associazioni sportive da tutte le parti del mondo. Anche il poliziotto al controllo passaporti ci ha chiesto subito “siete qui per la maratona no?”. Giusto il tempo di arrivare in albergo, appoggiare le valigie e siamo subito andati a Central Park per partecipare alla cerimonia di apertura. Un’emozione fantastica!».

E il giorno della gara come è iniziato? La notte non ho dormito molto per l’emozione, anzi. Il punto di ritrovo è stato nella hall dell’albergo per le 6,15 del mattino. Una rapida colazione e poi l’organizzazione ci ha portato fino all’imbarco per Staten Island, per poi giungere, dopo il viaggio in imbarcazione, al villaggio della maratona. Lì è presente un’enorme area divisa in tre colori, azzurro, verde e arancione che, a sua volta, si distribuisce in ulteriori sei lettere suddividendo così le partenze. Il mio colore era il verde. All’interno del villaggio si possono trovare banane, acqua, barrette energetiche, bevande calde e un countdown per le varie partenze. Purtroppo non si riesce a vedere la partenza dei professionisti ma, grazie al maxischermo ed al megafono che racconta la gara in corso si riesce, comunque, ad essere coinvolti nel momento. Addirittura c’è un elicottero che riprende in diretta la gara e scende di quota per salutare e incitare i partecipanti».

Racconta la tua gara. «Sono partita alle 11 del mattino con una tattica ben definita, ovvero, cercare di dosare le energie mantenendo un ritmo costante senza forzare. Durante la gara ho visto molte persone sfrecciarmi vicino alla partenza per poi arrancare poco dopo. Al 13º miglio ho avuto la prima crisi e ho sentito la necessità di mangiare qualcosa, ma con me non avevo nulla e ho dovuto calare d’intensità fino al rifornimento più vicino. Il tratto per me più duro è stato quello di Manhattan, dal 16° miglio in poi, tutto dritto e leggermente in salita. Lì ho iniziato a perde un po’ di colpi ed avevo dolori alle gambe. Da quel punto, man mano che si procede, si iniziano a vedere persone stanche che zoppicano vistosamente, corridori seduti per terra in cerca di energie. Chi si toglie le scarpe: la stanchezza è tanta per tutti».

Immagino che l’arrivo sia una sensazione unica. «Una volta a Central Park si pensa di essere arrivati, ma non è così. Mano a mano che si va avanti le persone e i fotografi aumentano, si passa dal Plaza Hotel costeggiando l’estremità del parco, per poi rientrarci e giungere al Columbus Circus. L’emozione è enorme e la tensione per l’arrivo che si avvina aumenta. Appena tagliato il traguardo, dopo circa 50 metri, mi sono venuti incontro alcuni ragazzi con una coperta e la medaglia in mano, le lacrime di gioia scendevano sia per la fatica sia per l’impresa appena fatta, ma ero contentissima e fiera di me stessa».

Durante il percorso che aria si respira? «Fantastica, mi ripetevo spesso “Sara alza gli occhi, non puoi vedere solo dell’asfalto, guarda dove sei”. A metà del ponte di Verrazzano, ad esempio, c’erano polizia, ambulanza e vigili del fuoco che accendevano le sirene per incitare i partecipanti. L’impatto più bello, a mio parere, si ha appena si entra a Brooklyn: bimbi che danno il benvenuto, ragazze che ballano con in mano cartelli di ogni genere, complessi che suonano e cantano, persone ai lati della strada che gridano il tuo nome. Io non ne avevo sulla mia canottina e per tutti ero solo “Italia”. Tra i diversi quartieri passati, forse anche causa dell’ora tarda, il Bronx è stato quello meno festoso».

E il tuo tempo all’arrivo? «È stato di 6 ore e 10 minuti».

In futuro pensi di rifare questa esperienza e la consiglieresti? «Devo dire la verità prima di partire pensavo che i 400 euro per il pettorale fossero davvero tanti ma, con il senno di poi, è stata un’esperienza bellissima. Sicuramente la mia maratona è stata più che altro di testa, non ho il fisico di una runner, ho corso con l’infortunio al polpaccio non del tutto risolto ed era la prima volta che affrontavo distanze così lunghe, ma ce l’ho fatta. L’arrivo al traguardo rimarrà per sempre un orgoglio personale e non escludo la possibilità di partecipare nuovamente, anche perché avrei sicuramente un approccio diverso, una tensione diversa e potrei godermi di più la festa che è stata. Ho corso per me e, nonostante le difficoltà incontrate, non ho mai mollato».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *