Sab. Set 25th, 2021

Tempi Supplementari

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Diritti umani: la grande partita

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Vogliamo lo scudetto! Il nostro scudetto è la liberazione di Patrick Zaki (foto Gianluca Costantini).

Non pensate a lui solo per il ritratto di Patrick Zaki. Gianluca Costantini, classe ’71, è sì l’autore di uno dei ritratti più famosi del momento, quello dello studente egiziano incarcerato in Egitto da più di un anno e al quale il governo italiano, appena pochi giorni fa, ha riconosciuto la cittadinanza onoraria. In Italia, l’artista ravennate viene associato a Zaki e Regeni, ma i suoi disegni toccano con delicatezza estrema ogni angolo del mondo. Senza giudicare buoni e cattivi.

Italy V Austria = Human rights

Costantini è un artista trasversale in ogni senso, non importa se a essere lesi sono i diritti umani di un giovane studente che frequenta un master sugli studi di genere, come Zaki, o quelli di uno spietato dittatore iracheno, come Saddam Hussein. Il suo sguardo sulla realtà è incredibilmente imparziale e non si piega ai dogmi politici di uno schieramento o dell’altro. I diritti umani appartengono a tutti. Lo incontro a Ravenna in un pomeriggio estivo dalle temperature clementi e capisco immediatamente che è il ragazzo della porta accanto, uno che si racconta con estrema semplicità e a cui non piace negarsi. Insomma, uno che non se la tira.  

Quando hai scoperto di avere la passione per il disegno: come hai iniziato e che tipo di disegni facevi?

«Il mio interesse per il fumetto e il disegno in generale nasce alla fine delle scuole superiori. Ho frequentato prima l’Istituto d’Arte e poi l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Dopo il secondo anno di Accademia, ho cominciato a pubblicare su alcune riviste e su Il Manifesto. Facevo parallelamente decorazione, fumetto e illustrazione, inoltre mi occupavo di mostre e allestimenti. La mia era un’arte molto decorativa, i miei fumetti erano pieni di dettagli, quasi dei libri miniati, ambientati completamente al di fuori della realtà, in un mondo onirico oppure biografico. Èstato così per circa una decina di anni, fino a quando ho iniziato a essere stanco di quello che facevo. Era il 2012. Volevo cominciare a raccontare altri generi di storie. Presi spunto da un fotografo tedesco di inizio Novecento, che durante la prima guerra mondiale aveva fatto dei ritratti ai militari che tornavano dalla guerra mutilati. Questo fotografo aveva realizzato un libro, Guerra alla guerra, in cui aveva pubblicato le sue foto accompagnate da un testo che descriveva in modo molto semplice cosa era successo o dove era avvenuto il fatto. Ispirandomi al suo lavoro e riprendendo le mie precedenti ricerche sulla calligrafia, cominciai a realizzare, invece che intere sequenze di fumetti, un unico disegno, con un testo all’interno. Cambiai argomento. Iniziai a disegnare soprattutto sul Medio Oriente, di cui non sapevo niente». 

Perché sei partito proprio dal Medio Oriente?

«Proprio per il fascino che esercitavano su di me la calligrafia e le miniature. Mi orientai verso la Turchia, l’Iran, il mondo arabo, aprendomi ad altre tematiche. Prendevo tutti i casi minori delle notizie. Nel 2004 non c’erano i social network, i portali d’informazione erano ancora pochi, c’erano Yahoo! e Virgilio. Io disegnavo le news veloci, quelle che apparivano sullo schermo per pochi minuti e poi sparivano velocemente, come ad esempio: “Un giornale è stato chiuso a Teheran”. Davo un viso, un’ambientazione, a notizie che non avevano foto. Andavo a cercare su Google i protagonisti e li disegnavo. Realizzavo disegni semplici, che pubblicavo online, fino a quando approdai su un portale chiamato Indymedia, appartenente al circuito dei no-global, nel quale venivano tradotti gli articoli di altri Paesi. Qualcuno prese i miei disegni e li tradusse in altre lingue, gli utenti li diffusero su altri siti e io vidi che funzionavano. Mi scrisse per ringraziarmi la famiglia di un soldato americano che era stato ucciso in Afghanistan ed ebbi contatti con altre famiglie. Furono i primi segnali che mi diedero la voglia di fare quella cosa lì. Tra l’altro in quegli anni avevo cominciato a organizzare delle mostre qui a Ravenna: invitavo fumettisti stranieri che poi potevo conoscere di persona. Nel 2001 invitai Joe Sacco, un famoso disegnatore, il primo che ha fatto giornalismo a fumetti. Questi disegnatori, che facevano un fumetto di tipo giornalistico, mi hanno influenzato molto». 

Quando hai capito che la tua vocazione era un’altra e che volevi occuparti di diritti umani?

«Prima mi occupavo di mondo, avvenimenti politici, sociali, come proteste e manifestazioni. Non mi occupavo del caso singolo. Dopo sono arrivati i network. Ho iniziato a usare Twitter, che è stato il mio laboratorio, mi ha permesso di conoscere le persone che disegnavo, i manifestanti, i rappresentanti di varie organizzazioni. Mi sono accorto che mi interessava sempre più la persona rispetto all’avvenimento di gruppo. È successo tutto in maniera istintiva, non era un progetto. Io non sapevo niente di niente: quando disegnavo le cose, le imparavo. Man mano, negli anni, ho acquisito sempre più competenza, così, se oggi decido di trattare qualcosa su un certo Paese, faccio presto a infilarmi dentro alla notizia, ai protagonisti, alle fonti». 

I tuoi ritratti di Patrick Zaki e Giulio Regeni hanno avuto un’enorme diffusione. Quello di Zaki è diventato il simbolo della campagna promossa da Amnesty International per la sua scarcerazione. Fino a poco tempo fa, i portici di San Luca a Bologna hanno ospitato i volti che hai disegnato per ricordare cinquanta prigionieri di coscienza di tredici Paesi diversi. Come vieni a conoscenza delle loro storie? Fai delle ricerche o ti vengono segnalati? 

«Giulio Regeni l’ho disegnato tre giorni prima che si sapesse della sua morte, quando era scomparso. La notizia del ritrovamento del corpo è arrivata in seguito. Spesso le persone che scompaiono mi vengono segnalate, ma nel caso di Regeni avevo letto semplicemente la notizia, in Italia già se ne parlava. Zaki, invece, mi è stato segnalato da un attivista egiziano un’ora dopo il suo arresto all’aeroporto. Faccio una premessa. Dal 2004 al 2021, il mio profilo Twitter è cresciuto in modo esponenziale. Non in maniera mainstream, considera che io non vado in televisione. Si è costruito pian piano, nel tempo, arrivando a 70.000 follower, tutte persone che hanno a che fare con queste cose. Dopo tanti anni, se non commetti molti errori, cominci a diventare molto credibile per questo tipo di comunità. Quello che pubblico viene preso subito come vero dagli attivisti o dalle organizzazioni. Sono sicuri che al novanta per cento non si tratta di fake news. Quindi l’attivista egiziano mi conosceva, ha preso il telefono per scrivermi su Twitter: “Si chiama Patrick Zaki, viene dall’Italia, è uno studente di Bologna, ma è egiziano”. Naturalmente sperava che io me ne occupassi, anche perché in quel momento quasi non si sapeva chi fosse Zaki. Due ore dopo, il ritratto era online e il giorno seguente Amnesty lo ha usato per la campagna. Negli ultimi anni ricevo molte segnalazioni, soprattutto su Paesi come l’Egitto e la Turchia. Non ho bisogno di fare ricerche, se non per casi particolari che interessano a me o di Paesi di cui non parla nessuno». 

Cosa ti spinge a raccontare una storia e, al contrario, ti è mai capitato di decidere di non volerne raccontare qualcuna di cui sei venuto a conoscenza o che ti è stata segnalata?

«Io disegno tutti, ho disegnato anche i “cattivi”. L’ho fatto anche con Saddam Hussein quando doveva essere ucciso. Non faccio una scelta politica, né giudico le persone per il male che hanno fatto prima. Io disegno per tutti quelli che vengono torturati o condannati alla pena di morte. Ultimamente sono stato molto criticato, perché ho ritratto alcuni attivisti di destra incarcerati in Bielorussia da un finto governo comunista. Chi non ha apprezzato i disegni mi ha inviato notizie sul fatto che questi individui fossero stati denunciati perché appartengono a gruppi di estrema destra, ho ricevuto anche la foto di uno di loro con una svastica. Io credo che i diritti umani valgano per tutti, non si possono fare scelte di parte».

Alcuni tuoi disegni sono stati oggetto di censura in certi Paesi. Come lo hai appreso e che effetto ti ha fatto?

«Il caso più importante è quello turco. Durante il colpo di stato, nel 2016, un attivista di quel paese mi ha scritto dicendomi che il mio blog era stato censurato in Turchia e mi ha inviato la schermata che visualizzava nel momento in cui provava ad accedere. Due giorni dopo, un altro attivista mi ha mandato il link di un tribunale di una città vicino Ankara, con gli atti del processo in cui figuro tra la lista degli imputati, accusato di terrorismo. Il pretesto è stato il disegno di Erdogan che avevo realizzato in quei giorni, ma la verità è che sono stato colpito per tutte le cose che avevo fatto prima. Hanno chiuso i miei canali perché avevo lavorato molto sui curdi e le manifestazioni che c’erano state. Avevano anche chiesto a Twitter di oscurarmi. Da Twitter mi scrissero dicendomi che non lo avrebbero fatto, ma di fare attenzione. Se un governo insiste, non è semplice ignorarlo. Poi non li ho più sentiti. Twitter è il più resistente come social, Facebook avrebbe chiuso dopo un’ora. Il governo turco, comunque, non ha avuto l’effetto che sperava, perché io ho intensificato la mia attività sui diritti umani in Turchia, anche perché ce n’è stato bisogno. Certo, non ci posso più andare. Era una mia meta abituale, ci andavo tutti gli anni, più volte all’anno. Istanbul è il luogo che preferivo. Conosco un sacco di gente e ho collaborato con una rivista locale. Ciò che è successo è triste, ma se un governo ha “attenzionato” il profilo Twitter di un disegnatore italiano vuol dire che i disegni funzionano».

Insegni Arte del fumetto all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, quindi sei a stretto contatto con giovani studenti. Che tipo di rapporto instauri con loro? Come si relazionano le nuove generazioni alle tematiche che affronti nei tuoi disegni?

«Gli studenti non hanno più il mito del disegnatore, come un tempo, quando andavi a fare i corsi perché c’era un certo insegnante. Alcuni di loro non sanno cosa faccio, altri lo sanno perché magari hanno letto qualcosa, conoscono i miei libri. Hanno più di vent’anni, durante l’Accademia sono ancora giovani per questi temi. Sono quasi tutti a-politici, chiusi nel loro mondo, più interessati a realizzare libri ambientati fuori dalla realtà e a raccontare storie inventate. È l’età, forse. Con qualche rara eccezione. Ad esempio una mia alunna, nota con lo pseudonimo di “Fumetti brutti”, pubblica libri per Feltrinelli ed è diventata famosissima in questi anni. Frequentava ancora il corso quando è diventata famosa. Lei lavora sull’identità trans, il suo lavoro è molto politico. Ma per la maggior parte di loro queste tematiche arrivano dopo. Succede spesso che alcuni miei ex alunni mi ricontattino dopo l’Accademia, quando cominciano a lavorare su temi sociali o politici. Ci arrivano dopo e poi sorprendono».

Hai pubblicato diversi libri: da “Cena con Gramsci” (2012) ad “Arrivederci Berlinguer” (2013), da “Pertini fra le nuvole” (2014) a “Diario segreto di Pasolini” (2015), da “Fedele alla Linea” (2018) a “Libia” (2019). Quest’ultimo, realizzato in collaborazione con la giornalista d’inchiesta Francesca Mannocchi, è un esempio lampante di come il fumetto, se ben fatto, si presti a raccontare in modo semplice e lineare avvenimenti complessi e difficili, come la questione libica. Secondo te, quanto i media – tradizionali e digitali – sono responsabili della scarsa e carente informazione su queste vicende?

«Libia è un libro nato dalla mia esigenza di capire cosa succede in questa terra. In tutti i lavori che facevo la Libia aveva sempre un ruolo, veniva continuamente citata, ma io non riuscivo a capire nulla di quello che accadeva dal punto di vista politico e sociale. Invece Francesca, che vedevo spesso nei suoi servizi e documentari su La7, era estremamente semplice, basica, quando ne parlava. Mi sembrava la persona più adatta con cui realizzare il libro che avevo in mente, così le ho scritto. Insieme abbiamo pensato a un ritratto di questo Paese che potesse essere compreso da tutti, che permettesse di immergersi in quel mondo e fornisse degli input di riferimento per comprenderlo. Un libro con molti disegni e poche parole, che pare abbia funzionato proprio per questo. Poi c’è stato Daniele, uno sceneggiatore molto importante nella storia del fumetto, che ha fatto da ponte tra me e Francesca, ha preso i testi di Francesca e ha creato la sequenza, stabilendo quali parole dovevano essere nella pagina e cosa doveva accadere, eliminando le parole superflue. I disegni, invece, sono ricchi di dettagli per far conoscere un Paese di cui non esiste cinematografia e di cui nessuno sa niente, nonostante si tratti dei nostri vicini di casa». 

Esiste, quindi, una responsabilità dei media in questa scarsa informazione?

«In Italia sembra che le notizie estere non interessino, perciò anche i giornali si sono strutturati pensando che il pubblico non sia particolarmente interessato. Difficilmente trovi un articolo sul Myanmar o la Cina, quando invece succedono cose tutti i giorni. Al contrario, quando accade qualcosa negli Stati Uniti, se ne parla, perché ti sembra di vedere una serie tv. “Sparatoria in una scuola” sembra un film, non la realtà. Solo una parte degli italiani è interessata alla politica estera su Paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Egitto, quindi i giornali la relegano sempre nelle pagine centrali. Se, invece, compri dei giornali inglesi o tedeschi, le notizie estere sono già in prima pagina. E poi c’è il problema che molti giornali non spiegano cosa succede, ma dicono la loro, fanno politica o opinionismo. Ti raccontano che i migranti sono sbarcati a Lampedusa, ma non da dove sono partiti; ti dicono solo il problema, non perché si è verificato. A volte perché hanno poco spazio, altre volte perché sono schierati. Ma ci sono anche giornalisti molto bravi, che fanno inchieste approfondite sui migranti». 

Il grande romanzo americano è la NBA

Tempi supplementari, su cui verrà pubblicata questa intervista, nasce come luogo d’incontro per gli appassionati di sport, calcio in particolare. A proposito di calcio, di recente la nazionale italiana ha dovuto scegliere se inginocchiarsi o meno prima del fischio d’inizio delle partite giocate agli Europei, come gesto simbolico contro il razzismo. Cosa ne pensi? Che ruolo gioca lo sport nel sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche delicate come questa o quelle legate ai diritti umani? 

«È una questione molto spinosa. Anche per Patrick Zaki, ad esempio, nonostante si siano mossi Amnesty e il Comune di Bologna, non siamo mai riusciti a fare qualcosa con il Bologna Fc. In compenso, siamo riusciti a realizzare un’iniziativa con gli ultrà del Bologna, fuori dallo stadio. Portare questo genere di cose negli stadi è molto complicato, come si è visto durante gli Europei. L’Uefa all’inizio si è mostrata contraria alle iniziative a favore delle minoranze Lgbt negli stadi. Poi ha cominciato a cedere, permettendo l’ingresso delle bandiere e lasciando che alcuni giocatori indossassero la fascia da capitano con l’arcobaleno. Inoltre, c’è l’enorme giro di soldi degli sponsor, molti dei quali probabilmente fanno affari con Paesi come l’Egitto, e per questo motivo si vorrebbe che lo sport rimanesse a-politico. Io, invece, credo sia estremamente importante che gli sportivi, che sono personaggi di rilievo nella nostra società, prendano iniziative di questo tipo. Se un calciatore compie un’azione per una causa, tutto il mondo ne parla, come quando lo fa una rockstar. Quindi se la nazionale italiana non si inginocchia, è un’occasione persa per lanciare un segnale. Da calciatore devi pensare c’è metà Africa che porta la tua maglietta, ci sono i bambini palestinesi che amano i giocatori italiani. Se prendi posizione contro il razzismo, magari i bambini della Nigeria ti vedono, vedono che lo fai anche se non sei di colore. Diverso è se ti inginocchi solo perché s’inginocchia il Belgio, squadra in cui giocano dei calciatori di colore. Qualche mese fa i giocatori tedeschi hanno posato per una foto in cui la scritta “Human rights” si componeva sulle loro magliette, in segno di protesta per la scelta del Qatar come Paese per ospitare i mondiali del prossimo anno. Molti sportivi, invece, diventano sostenitori dei diritti umani quando smettono di fare sport. Claudio Marchisio, commentatore agli Europei, quest’anno ha vinto il premio Amnesty per i diritti umani e durante le partite ha indossato il braccialetto di Patrick. Un altro caso famoso riguarda la FormulaUno. Da anni, infatti, ci si batte affinché il Gran Premio non si tenga nel Bahrain, uno dei posti con meno diritti umani al mondo. La FormulaUno non ha mai risposto, ha sempre continuato a farlo, senza mai cedere a qualsiasi protesta, come se il mondo non esistesse». 

Germany wears ‘Human rights’ shirts after Norway’s protest

Cosa bolle in pentola per quanto riguarda i tuoi progetti futuri?

«Ho finito da poco un libro con l’artista cinese Ai Weiwei sui diritti umani in Cina, che non so ancora quando uscirà. Adesso sto lavorando a un libro per Feltrinelli su Patrick Zaki, scritto dalla giornalista Laura Cappon, esperta di Egitto, che uscirà a febbraio 2022. Siamo quasi a metà. È un libro a fumetti, impostato sotto forma di inchiesta giornalistica che, attraverso la storia di Patrick, parla dell’Egitto, di cosa succede in questo Paese, di come vengono trattati i detenuti. Abbiamo ricevuto il permesso di farlo dalla sorella di Patrick, che ci ha inviato molte sue foto da piccolo. Siamo in contatto non solo con la sua famiglia, ma anche con i suoi amici. Nel parlare di Zaki, secondo me bisogna stare molto attenti. Ultimamente vedo gente improbabile che si fa fare foto con la sua sagoma o spettacoli che usano la sua immagine, perché pubblicare qualcosa su di lui permette di ricevere un’attenzione immediata, di collezionare rapidamente centinaia di like. Io seguo molti casi, oltre al suo. Quando Mattia Sartori delle Sardine mi ha contattato per il progetto dei manifesti da affiggere ai Portici di San Luca, voleva farli tutti su Patrick. Io l’ho convinto a parlare anche di tutti gli altri, perché ormai Zaki è diventato un simbolo dei diritti umani. Tutti lo conoscono, ma magari non conoscono quello dietro, l’iraniano. Attraverso Patrick, abbiamo la possibilità di far conoscere anche tutti quanti gli altri. E pare che in effetti abbia funzionato: ci sono alcuni casi dei quali la gente comincia a interessarsi. Adesso l’installazione di San Luca si trova a Latina, in un quartiere di migrazione, esposta ai balconi dei palazzi della periferia».